AmA4 Leonardo&Michelangelo @PalazzoVecchio



Addì 23 di Maggio A.D. 1498. Mattino presto verso le sei.

Firenze. Piazza della Signoria.

Le fiamme si portano  via la spoglia mortale di un frate dominicano. Girolamo Savonarola.

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Rogo Girolamo Savonarola, Piazza della Signoria, 23 Maggio 1498

La città si divide in due fronti contrapposti,  “i bianchi” e “i Bigi”, ma neanche loro hanno la minima idea su cosa fare.

Golia è arrivato e, nonostante i nobili sforzi, coglie tutti impreparati.

La’ fuori è appena passato Carlo VIII di Valois Re di Francia: guerra, saccheggio, scompiglio…

Più a sud un papa controverso, Rodrigo Borgia, incastrato tra le conseguenze della scoperta dell’America, l’amministrazione della giustizia romana e le accuse di libertinismo, non è neanche in grado di garantire la pace dentro Roma, figuriamoci in Italia.

A nord il Ducato di Milano è in crisi.

L’equilibrio portato dalla persona di Lorenzo il Magnifico è svanito, inghiottito dal passato.

L’Italia, oggi come allora, è in preda alla confusione generale.

Il difficilissimo tentativo di governare in Firenze dopo Savonarola viene rimesso alla Repubblica (un modo elegante per dire “si salvi chi può”), il cui gonfaloniere di Giustizia in questo momento è Pier Soderini.

Ministro di fiducia di Piero il Fatuo, cioè il figlio di Lorenzo il Magnifico, cerca di gestire alla meglio il” dopo Savonarola” raccogliendo diverse sconfitte.

Per il nostro racconto è tuttavia un personaggio chiave perché è da lui che parte un’idea semplice ma geniale: tornare alle radici, far ritrovare ai cittadini di Firenze la bellezza d’esser fiorentini.

Come? Celebrando le glorie militari del passato che hanno portato alla Repubblica.

Vengono scelti i soggetti: la Battaglia di Cascina (luglio 1364) e quella di Anghiari (29 Giugno 1440), l’una vinta contro i Pisani, l’altra contro le truppe dei Visconti comandate da Niccolo’ Piccinino.

Questi episodi si dovevano realizzare con apposite pitture su muro nella grande sala per le adunanze di Palazzo Vecchio, meglio noto come “Il Salone dei Cinquecento”.

Fin qui nulla di strano: ci sono da fare degli affreschi come accadeva per ogni dove all’epoca ma, grazie al ricordo lasciatoci dal buon Vasari nelle Vite,  il sapore dell’impresa diviene leggendario quando si guarda ai nomi degli artefici scelti per compiere l’opera.

Michelangelo Buonarroti. Leonardo da Vinci.

Partono dunque le commissioni: a Leonardo la battaglia di Anghiari, a Michelangelo la battaglia di Cascina.

Siamo nella primavera del 1503.

Il primo a mettere piede nella sala grande di Palazzo Vecchio è Leonardo.

Si mette subito al lavoro cercando una soluzione geniale per la composizione: quella di far sbocciare le figure l’una dall’altra, avvitandole in un turbinio senza fine di uomini e cavalli, interpretando lo spirito essenziale della Battaglia di Anghiari che fu infatti decisa dallo scontro tra le due cavallerie in contesa sul ponte della Reglia.

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Battaglia di Anghiari – Copia dall’originale di Leonardo di Peter Paul Rubens

Esistono moltissimi disegni preparatori dedicati a questa commissione segno della meticolosità con cui Leonardo preparava il suo lavoro.

Finito il cartone principale non restava altro che trasferirlo sul muro.

L’unica tecnica realmente efficace per dipingere su muro a quell’epoca era l’affresco.

Sembra un’ovvietà, ma garantisco che non lo è quando si consideri la nota avversione del grande Leonardo da Vinci per la tecnica dell’affresco.

Quest’ultima è troppo veloce, troppo sintetica, troppo militare per uno cui piaceva crogiolarsi nel dubbio, cambiare strada mille volte, continuando ad esplorare e conoscere attraverso il disegno e la pittura, continuamente aggiungendo senza mai aver realmente finito.

Il genio di Vinci sceglie la strada più difficile: ripesca una tecnica ormai perduta, quella che Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, libro XXXV, descrisse con il nome di “encausto”. Tradotto: l’arte di complicarsi la vita!

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Esempio di Pittura ad Encasuto: Maschera teatrale dipinta su muro da Sòlunto vicino Palermo. Conservata al Museo Archeologico nazionale di Palermo. I° secolo a.C.

Si trattava di mettere sul muro i pigmenti legati insieme alla cera e all’olio: successivamente si scaldava l’opera realizzata per far sì che la cera si sciogliesse, rendendo la pittura molto resistente e compatta. E’ così che dipingevano i Romani, ma anche i Fenici ed i Greci prima di loro.

C’era una difficoltà, non di poco conto: Leonardo non l’aveva mai fatto prima! Nè c’era alcuno in Italia che avesse mai recuperato con certezza questa tecnica: era solo di fronte a questo esperimento, a questo recupero tecnico dell’antico.

Le cose sembravano procedere bene fino all’ultima fase, quella del riscaldamento necessario a far sciogliere la cera e l’olio.

Avvenne infatti che la cera, invece di penetrare all’interno del muro, semplicemente colò sopra i pigmenti distruggendo tutto il lavoro fatto.

La storia ha cercato di spiegare di chi fu la colpa, ma il risultato è tutt’oggi chiaro: il genio aveva fallito nel suo intento. Niente di male.

Thomas Edison avrebbe detto che Leonardo aveva soltanto scoperto un modo per non realizzare l’encausto: così facciamo diplomanticamente anche noi, aggregandoci allo scopritore della lampadina!

Ma un commento è doveroso: tutto questo disastro solo per non affrontare la paura dell’affresco!

Sono rimaste tracce di quest’opera?

Ad oggi non è dato di saperlo, però c’è una curiosità che ci fa saltellare sulla sedia: Giorgio Vasari ha profondamente modificato il Salone dei Cinquecento su ordine di Cosimo primo, mettendo in opera tutta la pomposa decorazione ancora oggi visibile.

Ma Giorgio è anche l’inventore della Storia dell’Arte grazie alle sue “Vite”: quindi è lecito supporre che non si sarebbe mai degnato di ‘toccare’ Leonardo. Al massimo avrebbe potuto mascherarlo, come ha fatto con Masaccio in Santa Maria Novella.

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Grgio Vasari – Battaglia di Scannagallo. Firenze Salone dei Cinquecento, Palazzo Vecchio. Partioclare della bandiera “Cerca Trova”

Aguzzando infatti la vista, nella scena della Battaglia di Scannagallo (Marciano della Chiana 2 Agosto 1554) c’è una strana bandiera con l’insolita scritta “Cerca Trova” proprio là dove avrebbe potuto essere stata realizzata l’opera di Leonardo.

Che sia un ‘segno‘ lasciato dal buon Giorgio? Al momento presente non è dato di saperlo…personalmente è una grande speranza che mantengo sempre viva!

Siamo al Dicembre 1503.

Leonardo riparte per Milano, si spegnerà a Fontainebleau nel 1519,  non rimetterà più piede a Firenze.

Rimasero però in loco gli straordinari cartoni del disegno leonardesco… lasciamoli per il finale!

Vediamo che combinava nel frattempo quell’altro pazzoide del Buonarroti!

1504 Michelangelo inizia a preparare i cartoni per l’affresco.

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Aristotile da San Gallo – Copia dal Cartone della Battaglia di Cascina di Michelangelo Buonarroti.

Vent’anni più giovane di Leonardo, talento strabordante sotto ogni punto di vista, lo abbiamo lasciato trionfante con il suo David installato davanti a palazzo vecchio.

Ora lui e la sua fama han salito le scale per una commissione che non porterà comunque fino in fondo, ma per ragioni diverse da Leonardo.

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Michelangelo Buonarroti – Studio di nudo

Michelangelo infatti sa che il suo futuro parla romano ed in questi anni sta giocando a rimpiattino con il neoeletto Pontefice, Giulio II della Rovere (1503-1513), in un’altalena di impegni che lo porteranno sempre più lontano da Firenze: prima a Carrara per la scelta dei marmi per una tomba mai realizzata (1505), quindi a Bologna per la realizzazione della perduta statua bronzea di Giulio II (1507-1508), infine in Vaticano dentro la Cappella Sistina (1508).

Si capisce così perché la Battaglia di Cascina rimase solo un cartone preparatorio senza mai finire in fresco sul muro!

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Michelangelo Buonarroti – Studio di nudo

Ciò nonostante ci troviamo di fronte ad uno di quei casi nella storia dell’arte in cui il lavoro di preparazione è più importante dell’opera finita.

Sì perché i cartoni preparatori allestiti da Leonardo e Michelangelo rimangono dentro il salone di Palazzo Vecchio, in attesa che i due artefici riprendano il lavoro: era una pratica abbastanza comune all’epoca portare a termine queste imprese in tempi anche lunghi o lunghissimi, un caso estremo è rappresentato dal polittico per la Confraternita di Misericordia a Sansepolcro completato da Piero della Francesca nell’arco di 20 anni!

Nel tempo, quando ormai fu chiaro che i lavori non sarebbero ripresi a breve, i cartoni furono spostati dentro una sala della nuova basilica di Santa Maria Novella, riconsacrata nel 1425 da Papa Martino V, per andare poi definitivamente perduti in altri spostamenti all’interno di Firenze.

La copia più prestigiosa del disegno di Leonardo è senza dubbio quella redatta da Rubens, che ha fatto e fa compagnia agli aretini dalla copertina dell’elenco telefonico 2015, mentre per Michelangelo basti ricordare quella redatta dal di lui allievo Aristotile da Sangallo. In entrambi i casi i disegni preparatori ascrivibili ai due maestri sono numerosi, qui ne ospito volentieri una carrellata.

Il fatto curioso quanto inevitabile, riportato sempre dal grande Giorgio Vasari nelle Vite, è che i cartoni ed i disegni preparatori per le due opere divennero una vera e propria “Accademia ante Litteram”, una scuola a tutti gli effetti presso cui i giovani artisti si recavano per cogliere dal vivo la lectio magistralis dei due grandi geni del Rinascimento italiano.

Ma vediamone gli effetti in concreto attraverso due casi.

Quello di Baccio Bandinelli che, a furia di “voler essere comeMichelangelo sviluppò una vera e propria psicosi per quei cartoni, portandolo prima al furto degli stessi e poi alla loro distruzione,

e quello di Andrea del Sarto il quale, zitto zitto, stando a contatto di quelle forme, imparò sì bene la lezione da sviluppare una poetica pittorica sublime ed inarrivabile che colmò il grande vuoto lasciato dalla definitiva dipartita di Raffaello, Michelangelo e Leonardo da Firenze.

Andrea del Sarto prende il titanismo degli ignudi michelangioleschi letteralmente avvolgendoli dentro lo sfumato leonardesco, portando a battesimo un modus operandi tutto proprio nell’epoca della grande “maniera”. La sua mano terrà a battesimo sia il Pontormo che il Rosso, lanciando la nuova stagione dell’arte fiorentina.

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Andrea del Sarto – Madonna delle Arpie 1517 Galleria degli Uffizi

Ma questa è storia per un altro articolo, perché è giunto il momento anche per me di concludere queste brevi note, ad libitum…sfumando 😀

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